venerdì 20 maggio 2016

A day in the life - la storia dei Beatles - quattordicesima puntata

I libri di Enrico Mattioli sono

© ENRICO MATTIOLI 
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Fu sulla scia di questo fatto che John, mettendo da una parte il consueto sarcasmo, supplicò Allan Williams di aiutarli. Pur non nutrendo grande considerazione per loro, Williams riconobbe l’aiuto di John e Stu per l’evento dei carri di carnevale e promise di aiutarli a trovare un batterista.
Dopo una serie di provini, la scelta cadde su Tommy Moore, un trentaseienne che lavorava in una fabbrica di bottiglie, il quale, nonostante la differenza di età superò perfino le perplessità di Paul Mc Cartney.  Il gruppo iniziò a esercitarsi e Williams ammorbidì le sue riserve facendoli suonare al Jac nelle serate di buco.
La collaborazione tra Williams e Parnes non si esaurì con lo spettacolo al Box Stadium. Il celebre Parnes cercava gruppi che accompagnassero i musicisti della sua scuderia in tournée. Ci fu una prima prova per accompagnare un certo Billy Fury e sull’esibizione dei Silver Beatles le versioni oggi sono contrastanti. Non furono scelti, ma Williams ricorda che non fu la loro prova a essere scadente quanto la loro immagine di gruppo. Mancarono un’altra occasione per accompagnare Duffy Power, ma al terzo tentativo, il grande Larry Parnes scrisse a Williams che gli servivano i Beatles per accompagnare in una tournée in Scozia il cantante Johnny Gentle. Era il loro primo lavoro da professionisti. Siamo appena nel 1960, tra meno di due anni i ragazzi pubblicheranno Love me do. Il tempo è poco e sembra non bastare, la strada, invece, è ancora lunga.  
Prima della partenza per la Scozia, i ragazzi decisero di lavorare sul nome. Non è mai stato ben chiaro se fu un’intuizione di John o di Stu nel corso delle loro tirate notturne: la versione ufficiale riporta che in un pub Sutcliffe scrisse per scherzo beetles (scarafaggi), e di John fu il gioco di parole con la musica beat.
John, affascinato dal nome del gruppo che accompagnava Baddy Holly, the Crickets (i grilli, ma anche il gioco del cricket, molto diffuso oltremanica), sostenne che cercava un nome con un doppio significato. Paul e George, ricordano che Stu era però affascinato da Marlon Brando e dal film Il selvaggio, dove in una scena, Marvin Lee, rivolto a Brando, dice: sei mancato a tutti, Johnny, anche i beetles ti stavano cercando. 
Negli anni, John, autore di libri umoristici, scrisse un racconto di fantasia sull’episodio, in cui un uomo usciva da una tornata fiammeggiante dicendo a tre ragazzini di nome John, Paul e George, che avrebbero dovuto chiamarsi beatles con la A. La cosa certa è che quella scelta lasciò inorriditi tutti coloro che gli giravano intorno. 
La scrittura in Scozia alimentò la loro adrenalina. Decisero di trovarsi ognuno un nome d’arte. Paul diventò Paul Ramon, perché aveva un suono esotico e faceva presa sul pubblico femminile. George, in onore a Carl Perkins, suo idolo, fu Carl Harrison. Stu era Stuart de Stael, per il pittore e John, nel modo meno originale possibile, divenne Long John.
L’entusiasmo iniziale si spense presto. Il tour con Johnny Gentle li lasciò depressi e frustrati. I problemi logistici e lo scarso guadagno fecero il resto. Dormivano in un furgone e la condizione meno agiata toccava sempre a Stu. Tutti, da Allan Williams allo stesso Tommy Moore, il batterista, ricordano come Stu fosse sempre vessato dagli altri, sia per il modo di suonare e forse anche per il successo con le ragazze.

Eravamo tremendi. Non permettevamo a Stu di mangiare o sedersi con noi e lo allontanavamo in malo modo. Era tutto molto infantile”.

John Lennon